24 giugno 2010
Le parole sono importanti - Dopo una primavera segnata da
piogge che sembravano inesauribili è spuntata finalmente l'estate, e con il sole
anche le associazioni ciclistiche si sono svegliate dal lungo letargo invernale.
In un'intervista a Ticinonline il vicepresidente di
Ticino cycling
(Federazione ciclistica ticinese), riallacciandosi alla presa di posizione
espressa qualche settimana fa dall'Associazione
traffico e ambiente (ATA), confessa la sua preoccupazione circa la
pericolosità del tratto stradale che da Camorino sale al passo del monte Ceneri,
dove ai ciclisti è riservata una corsia delimitata dalla classica linea gialla
tratteggiata.
Di quella famigerata strada si parla da anni: le corsie larghe permettono agli
automobilisti di superarsi con agio ma invogliano a correre oltre i lmiti di
velocità consentiti, sia in discesa sia in salita, e i veicoli piú lenti (ma non
solo quelli) invadono senza remore la corsia ciclabile un po' per dare spazio ai
"corridori", un po' per motivi che solo loro conoscono (a destra c'è piú
campo?). L'accidentale presenza di ciclisti non rientra fra le eventualità da
loro considerate.
A differenza dell'ATA, che aveva invocato la pura e semplice chiusura della
corsia ciclabile - scelta drastica ma condivisibile, accogliendo la quale i
responsabili della viabilità avrebbero dichiarato la loro incapacità a gestire
il settore di loro competenza - il rappresentante di Ticino cycling assume una
posizione piú sfumata chiedendo che la linea gialla sia "perlomeno continua" e
che si posi un guard rail "in certe parti del percorso"; i toni diventano
perentori con l'affermazione "faremo di tutto per convincere il Cantone a
modificare la segnaletica". Insomma: alza la voce per esigere provvedimenti che
tuttavia paiono di scarsa efficacia. Quando mai una linea colorata ha protetto
un ciclista da una tonnellata di metallo lanciata a 100 km/h contro di lui?
L'intervista sfiora il ridicolo quando si legge che "gli stessi ciclisti possono
diventare pericolosi": in che modo? Intralciando la circolazione come quelle
carogne di animali che a volte capita di incontrare (e di dover schivare) in
autostrada? Il solo commento possibile è quello del giornalista, che in chiusura
di articolo scrive: "almeno per quest'anno il treno è perso". Suggerisco per il
prossimo anno un letargo piú breve.
Qui il testo della notizia (da Ticinonline del 23 giugno 2010)
Post scriptum
Secondo quanto si legge sul sito web di Ticino cycling "il ciclismo è
profondamente radicato in Ticino dove da decenni gode di un'enorme popolarità" e
" l'intero territorio sembra essere stato appositamente creato per essere
percorso in bicicletta": è un bello slogan pubblicitario (tant'è vero che la
frase appare anche sul sito di Ticino turismo) ma piú che la constatazione di un
dato di fatto si direbbe un auspicio - se non un pio desiderio - perché il
Ticino è uno dei cantoni dove è piú difficile e pericoloso praticare il ciclismo
a causa dell'inadeguatezza delle infrastrutture e delle difficoltà di convivenza
fra ciclisti e automobilisti (essendo la "cultura ciclistica" dei ticinesi assai
poco sviluppata).
14 aprile 2010
Il buco nero - Un altro morto. Ancora una volta la strada
uccide un ciclista. Una buca ampia quanto l'intera corsia e lunga un paio di
metri - una vera e propria voragine - è stata fatale a un uomo che percorreva
quella strada in bicicletta e che probabilmente non si è accorto del pericolo
cui andava incontro. Accade a Giubiasco, in una zona poco battuta dalle
automobili ma molto frequentata dai ciclisti perché poco oltre inizia una strada
agricola ideale per ciclisti, pedoni, corridori e skaters (sebbene non sia
completamente vietata al traffico). Non si tratta quindi di una pista ciclabile,
come hanno scritto i media.
Ma è proprio corretto dire cosí, attribuire la responsabilità alla strada, come
se fosse possibile portare la strada in tribunale e indurla a confessare il suo
reato attribuendole una volontà propria da sostituire a quella degli uomini? Una
volta tanto posso farmi un'idea di quanto è accaduto: conosco la strada perché
vi passo spesso e proprio in bicicletta, e i notiziari multimediali hanno
pubblicato fotografie e filmati relativi ai momenti immediatamente successivi
all'incidente. Da quanto visto ho avuto l'impressione che un simile incidente
non sarebbe mai potuto accadere a un'automobile perché la segnaletica era
sufficientemente chiara (salvo circostanze particolari del tipo "automobilista
completamente ubriaco" o "idiota"). Il discorso cambia però per i ciclisti:
infatti niente indicava i lavori in corso a chi arrivasse in bicicletta dalla
strada (ciclabile) dell'argine, né la buca stessa era delimitata, anzi si
trovava proprio al di sotto del cavalcavia e quindi era nascosta dalla sua
ombra. Inoltre non era per nulla difficile per un ciclista qualunque che fosse
passato di lí superare i coni che segnalano i lavori in corso e restare sulla
stessa corsia (quella di destra).
Ogni incidente è un incidente di troppo. A maggior ragione lo sono quelli che si
sarebbe potuto evitare con un po' di buon senso. Eppure con l'arrivo della bella
stagione si ripropone puntualmente la litania degli incidenti che vedono come
vittime persone di ogni età (gli ultimi in ordine di tempo sono un bambino e un
anziano) che circolano in bicicletta su strade pensate per l'uso esclusivo delle
quattro ruote. Ognuno di quegli incidenti dovrebbe far scattare un campanello
d'allarme, un dubbio, il pensiero che forse sarebbe il caso di cambiare qualcosa
anche se ciò comporta un costo. Aree pedonali, piste ciclabili, zone a velocità
limitata: in Ticino sono ancora bestemmie.
Qui il testo della notizia (da Ticinonews del 14 aprile 2010; immagini e
filmato negli articoli correlati)
10 marzo 2010
Oggi anche io dò i numeri - Nei giorni scorsi il traffico su
due ruote è tornato alla ribalta con due notize. La prima concerne la nuova
tappa della realizzazione di una rete ciclabile in Ticino: dopo i venti milioni
di franchi spesi per il percorso in Vallemaggia - totalmente inutile al 95% dei
ticinesi che fanno uso della bicicletta per gli spostamenti quotidiani - ora si
fa avanti il Luganese con un progetto da circa dieci milioni che vedrà la luce
(forse) nel 2013 e che (forse) si rivelerà piú utile del precedente. Quando
andrò in pensione (forse) ci sarà qualcosa anche nel Bellinzonese.
La seconda notizia arriva da Palazzo, dove dopo la triste serie di uccisioni
sulle strisce pedonali avvenute nei primi mesi dell'anno ci si è resi conto che
era giunto il momento di dire qualcosa (quanto al fare, si vedrà). La notizia
presenta due risvolti: da una parte i responsabili politici, che insistono nel
sottolineare che negli ultimi dieci anni la sicurezza stradale è migliorata;
dall'altra le cifre ufficiali diffuse dalla Confederazione (Ufficio prevenzione
incidenti), secondo le quali in Ticino la mortalità fra gli utenti deboli delle
strade è doppia rispetto al resto della Svizzera; non che i responsabili
cantonali della circolazione ne abbiano dato notizia: se non fosse stato per
l'Associazione traffico e ambiente non lo avremmo mai saputo. In tale contesto
appare piuttosto inquietante l'affermazione per cui il Cantone
pensa di creare le condizioni affinché i passaggi pedonali diventino "un
luogo idoneo e attrezzato correttamente" (sic): per logica deduzione oggi i
passaggi pedonali non sono idonei né attrezzati, e il Cantone
lo sa e lo riconosce.
Almeno una notizia rassicurante c'è: è stato deciso di eliminare dalle strade
gran parte delle famigerate "strisce rosse"; certo, si poteva farlo prima e,
certo, si potrebbe chiedere a chi ha voluto tracciarle di rispondere del suo
insano gesto, ma accontentiamoci di questo bicchierino mezzo pieno.
In tutto ciò si riprende a parlare - ancora sottovoce - di alcune soluzioni
semplici, persino banali, che fuori confine hanno dato ottimi risultati:
allargare le cosiddette "zone 30" (ossia le aree in cui il limite massimo di
velocità consentito è di 30 mk/h) e ridurre la segnaletica per ridurre i motivi
di distrazione degli utenti della strada. Ritenuto che nei centri urbani la
velocità media delle automobili è ampiamente inferiore ai 30 km/h, per capire a
che punto siamo basta attraversare i principali centri cittadini del Cantone:
zone 30 a Lugano nessuna, a Bellinzona (centro) nessuna, a Locarno nessuna. Ma
cartelli in abbondanza.
Qui la documentazione sulla conferenza (dal sito ti.ch)
Opuscolo UPI
sulle zone a 30 km/h (documento pdf; dal sito bpa.ch)
26 gennaio 2010
Siamo arrivati "uni"! - Riparte l'avventura di
Bike to work,
iniziativa svizzera che promuove l'uso della bicicletta per gli spotamenti
quotidiani fra la casa e il luogo di lavoro e che di conseguenza si rivolge in
modo particolare alle aziende private e pubbliche. Alla scorsa edizione hanno
partecipato 1098 aziende e oltre 51 mila persone, che hanno percorso nel mese di
giugno (il periodo in cui si svolge il concorso) quasi 8.2 milioni di
chilometri, in pratica una distanza pari a oltre duecento volte il giro della
Terra.
I numeri sono impressionanti, in positivo e in negativo: infatti la
partecipazione ticinese a questo importante appuntamento per la mobilità dolce
risulta ogni anno quasi nulla, cosí come è inesistente lo spazio che i media
nostrani dànno all'evento. Nel 2009 i concorrenti ticinesi sono stati sette
(ossia lo 0.6%), quando guardando alle dimensioni e alla popolazione del cantone
ci si sarebbero aspettati almeno cinquanta iscritti; in altre parole,
l'interesse che il Ticino riserva a questo tipo di iniziative è un decimo di
quello del resto della Svizzera. Significativo anche i rapporto fra il numero di
squadre iscritte quest'anno e nel 2009 (ogni azienda può iscrivere piú squadre):
su un totale di quasi 13 mila squadre, quelle ticinesi sono state 58, cioè il
25% in meno dello scorso anno, mentre nelle altre regioni linguistiche si è
registrato un aumento di iscrizioni del 10% (Svizzera tedesca) e addirittura del
32% (Romandia).
Siamo insomma ancora una volta il fanalino di coda, battuti anche da altri
cantoni alpini (il Vallese aveva tredici aziende iscritte, i Grigioni quindici,
Svitto sette), dato che chiude la bocca a chi giustifica l'antipatia dei
ticinesi per la bicicletta con l'osticità del territorio (ma non mi pare che nel
Locarnese o nel Mendrisiotto i ciclisti abbondino). Fra l'altro, brillano per
assenza gli enti pubblici: solo il comune di Chiasso ha aderito all'iniziativa,
mentre nella lista non figurano né uno solo degli altri comuni, né una scuola,
né un altro ente pubblico, un ufficio o un servizio dell'Amministrazione
cantonale, a dimostrazione che l'esempio viene dall'alto.
E se a dare l'esempio fossero proprio i rappresentanti scelti dai ticinesi? Dopo
la giornata dedicata al calcio e quella dedicata allo sci sulle piste di una
delle stazioni invernali nostrane, che dovrebbe servire anche come promozione
turistica di aziende peraltro finora molto ben foraggiate con i soldi pubblici,
si potrebbe pensare quanto meno a una giornata "a spasso in bicicletta" sulle
strade ticinesi: sarebbe sicuramente piú rischiosa, ma anche molto meno costosa
e servirebbe a far aprire gli occhi sulla realtà della nostra regione e su cosa
significhi cercare di preservarla scegliendo di spostarsi tutti i giorni con un
mezzo di trasporto sano e pulito.
14 aprile 2010
Aggiornamento - Chiuse le iscrizioni si tirano le somme: il
Ticino partecipa a Bike to work con dieci aziende sulle oltre 1230
totali; in altre parole, la presenza ticinese non riesce a raggiungere nemmeno
la vetta dell'1%. Onore alle dieci aziende e un velo di pietoso silenzio sul
resto del cantone.